Parità di genere, la sfida europea

Il cambiamento delle politiche economiche in Europa è la grande posta in gioco di queste elezioni, benché il nostro dibattito pubblico appaia incapace di uscire dalle polemiche interne. La linea dell’austerità cieca sta frenando lo sviluppo, aumentando le disuguaglianze, generando sfiducia nei cittadini, e dunque indebolendo la tenuta stessa delle istituzioni. L’Europa, invece, resta il nostro migliore orizzonte. Ma, per farla vivere, occorre cambiare. E fare di questa svolta un momento di partecipazione popolare, di coinvolgimento, di crescita culturale delle nostre società. Il voto dei cittadini, questa volta, avrà un peso maggiore rispetto al passato. Non solo perché dalle elezioni scaturirà un Parlamento rinnovato ma perché avremo finalmente una Commissione con un connotato e una responsabilità politica più forti.
Far vivere l’Europa non vuol dire soltanto rianimare istituzioni che rischiano di apparire distanti, separate, a volta ostili ai cittadini. Vuol dire consolidare il più grande patrimonio civile di cui gli europei dispongono: il loro modello sociale. Un modello che si fonda sulla persona, sulle comunità, sui corpi intermedi, su ordinamenti democratici, su diritti civili, su un’economia di mercato temperata da regole e da politiche pubbliche. Anche questo modello va rinnovato e potenziato, perché una mera difesa dell’esistente sarà insufficiente. La crisi aggredisce il modello sociale europeo. E noi dobbiamo renderlo più forte nella qualità, nell’efficienza, nella capacità di generare comunità. Ma per farlo occorre confrontarsi seriamente con le nuove soggettività, con le nuove domande di libertà, con le nuove povertà.
Vogliamo un’Europa di donne e di uomini più liberi e al tempo stesso responsabili delle sfide attuali e del futuro dei propri figli. Un’Europa di diritti e di doveri reciproci, perché così cresce una comunità. Un’Europa che sfugga alla trappola del nazionalismo e del localismo, incubatrici di torsioni demagogiche. Un’Europa che assuma la differenza femminile, la differenza tra donne e uomini, come la più straordinaria energia di rigenerazione sociale e culturale, e al tempo stesso come un’occasione di ricomposizione comunitaria. La differenza tra i generi è la più grande che ci è dato di vivere, e per questo ricomprende tutte le diversità che arricchiscono le nostre società. La parità non è omologazione. Anzi, è l’antidoto più’ forte al tentativo omologante della globalizzazione. E’ l’antidoto al pensiero unico, neutro, indistinto.
Certo, costruire la parità nel riconoscimento delle differenze ci costerà fatica perché non è irenica, né scontata. Ma è la chiave per aggiornare e rendere più forte il modello europeo. Ci sono già esperienze positive che possono essere diffuse. Ad esempio, il rafforzamento delle politiche di sostegno alla famiglia non è affatto incompatibile con il riconoscimento dei diritti delle unioni omosessuali. L’aumento dell’occupazione femminile non è incompatibile con una crescita della natalità, anzi dove le donne sonno più libere crescono occupazione e natalità e i giovani di progettare il loro futuro. Una migliore politica sui tempi di lavoro può dare maggiore qualità alla produzione e ai servizi, e insieme consentire legami più robusti nella comunità, nei mondi vitali, nell’incontro tra donne e uomini.
E per questo devono essere rafforzate le politiche di contrasto alla violenza contro le donne a partire dall’entrata in vigore della Convenzione d’Istanbul nel prossimo agosto.
La violenza di genere è un fenomeno drammaticamente diffuso nel nostro paese ed in Europa come ben testimoniato dallo studio “violence against women” realizzato dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA) e che fornisce una preziosa analisi e comparazione sulle violenza di genere nei 28 Stati membri.
La violenza sulle donne rappresenta una grave violazione dei diritti umani e nega loro la possibilità di partecipare alla vita sociale, economica, culturale e politica. Nessuno Stato europeo può dirsi innocente.
La violenza contro le donne dev’essere al centro delle politiche europee e questa battaglia è anche la mia battaglia. In questi anni ho sostenuto con convinzione le proposte del Gruppo dei Socialisti e Democratici a per la parità di genere, lavorando per il superamento del gap salariale e delle discriminazioni sul luogo di lavoro, votando positivamente sul rapporto Estrela sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi (un testo purtroppo bocciato per pochissimi voti dall’attuale maggioranza conservatrice del Parlamento europeo) e scendendo in piazza a Madrid nella grande manifestazione del 1 febbraio 2014 contro la riforma dell’aborto.
Intendo mantenere l’attenzione su questi temi nella prossima legislatura, impegnandomi ulteriormente per ridurre il divario salariale di genere del 2% annuo.
L’Europa è nelle nostre mani. Il voto del 25 maggio è un’opportunità. Non sprechiamola riducendo lo sguardo a risse da osteria.

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